VOGLIAMOCI UNITI

Il futuro è una promessa o una minaccia? Quante volte ci siamo posti questa domanda, durante questo tempo d’incertezza. Sembra ormai diventata una moda parlare di “crisi”. Tutti ne parlano. Anche quelli che l’hanno promossa. Sembra assurdo, ma accade così sotto i nostri occhi, ogni giorno. E’ come un tormentone. Tutti ne conoscono i segni, i sintomi, eppure non si riesce ad uscirne. Cosa manca realmente per risolverla? Se siamo tutti consapevoli, arrivati a questo punto cosa ci impedisce di imboccarci seriamente le maniche per adoperarci tutti insieme verso una arresto definitivo? C’è chi cade nella nostalgia, rimembrando volti e geni della politica del passato. C’è poi chi si arrende senza più coraggio. E ancor di più c’è una legione numerosissima di “opinionisti”, dove ognuno dice la propria, ma senza tanta efficacia né risultati palpabili. E’ mai possibile, visto il grande progresso tecnologico, che non si riesce a realizzare nel concreto un progetto di liberazione (più che di liberalizzazione) da questa crisi? Ne abbiamo avute di occasioni per salire anche noi sull’arca di Noè, ma abbiamo esitato, rimandato, rifiutato opportunità di vero ancoraggio. Abbiamo purtroppo bruciato nel tempo risorse fondamentali, che avrebbero potuto garantire il futuro di ieri, cioè l’oggi, questo presente così lacerato già nel suo spuntare. Ci apprestiamo a cominciare un nuovo anno con la nostra Rubrica, a vivere un nuovo cammino di Vita. Sento vivamente che non possiamo stare attaccati passivamente alle opinioni, a pareri, a punti di vista! Occorre riprendere il viaggio della concretezza, far salpare questa nave così sgangherata. Rischiando, sì! Sapendo che da fermi non cambia nulla, ma che, mettendo in moto la speranza, le possibilità di ripresa in qualche modo o da qualche mondo, arriveranno!

E’ necessario che assumiamo soprattutto piena consapevolezza della missione che la Storia, ogni giorno, ci affida e che si costruisce nella normalità della nostra vita quotidiana. Certo, non abbiamo nessuno la bacchetta magica, ma abbiamo cervelli validi e capaci di re-agire a questa caduta collettiva! Oggi che si celebra a livello mondiale la novantottesima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, dobbiamo renderci conto di quanto sia necessario coinvolgere il nuovo tra le macerie o i ritratti polverosi del vecchio. Perché il nuovo è riposta generosa che ci chiama ad aderire ad una realtà di differenza e per questo di ricchezza. Sono troppe le contraddizioni che ci superano, troppe le chiusure che ci opprimono. Per questo diciamo non possiamo più delirare di onnipotenza, credendoci sempre superiori dell’altro, affetti di individualismo isolante! Basta sbattere verso il proprio prossimo le porte in faccia, per paura o per superbia! E’ invece urgente “accogliere” per stare bene, per essere felici. Nessuno, stando da solo, infatti, si potrebbe godere mai niente e mai pienamente. E’ legge di vita! Chi pensa di farcela da sé sbaglia, si illude gravemente. Ricordare che c’è una complessità sociale rilevante, non significa dire che per l’altro non c’è spazio o che è colpa dello straniero, dell’immigrato la mancanza di lavoro qui in Italia! Ognuno di noi, nella propria storia familiare, ha avuto certamente parenti emigrati in altre parti del mondo. Anche mio nonno dovette partire per gli Stati Uniti, e vi rimase circa dieci anni, lontano dalla sua patria. Ma raccolgo da lui molta saggezza e tanta esperienza di vita. Perché a questa generazione di giovani allora non ricordiamo quando i nostri avi dovettero espatriare per motivi di lavoro e di sopravvivenza? C’è solo una parola che dobbiamo fissare nel nostro cuore: UNITA’! Il volerci uniti prima di tutto! Sballottati dalle onde della precarietà, diciamo no a certi opinionismi di basso conto. Diciamo “si” invece a chi si pone di fronte all’altro per accoglierlo e non per cacciarlo via; per rispettarlo e non per offenderlo, facendolo sentire di troppo. In una società ad un tempo globale e diversificata, l’unità, l’unirci, il riconoscerci fratelli e non nemici, si presenta come luogo reale di integrazione quanto di relazione. Perché tra tutti gli uomini e le donne esistenti sulla faccia della terra non c’è nessuno che si può privare della dignità di persona. Tutti abbiamo pari dignità, anche quando essa non viene rispettata e tutelata. Orientarci ad operare una sintesi di cultura e vita è il compito di tutti. Prima ancora che del futuro, riappropriamoci dell’unità. Dare ospitalità esige una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento. E’ questa la formula risolutiva: lo stare insieme, il sostenerci a vicenda, il cooperare. Perché è la divisione che ci rende estranei l’uno all’altro. L’utilitarismo ed il relativismo debilitante hanno squarciato il cuore dell’umanità. Ma tocca ricomporlo con fiducia reciproca, nell’adesione personale e comunitaria. Non più contro! Popolo, invece, con popolo. Nord con il Sud. L’uno con l’altro! E questo non riguardo solo l’agire cristiano, ma l’agire umano! L’unità è progetto che ognuno su questa terra può e deve fare proprio. La comunione, come la reciprocità, non sono mai a senso unico: coinvolgono tutte le parti. Ascoltiamo allora questa nostra storia che geme; mettiamo fine al divario tra paesi ricchi e paesi poveri, al delirio tra padroni e schiavi. E’ bello quel che dice Platone perché ci fa molto riflettere : “Possiamo comprendere un bambino che ha paura del buio. Ma la vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce.” Avere paura del fratello significa arrivare ad annientarlo nel suo essere dono di speranza, chiuderci nell’individualismo, imputridire nel buio dell’egoismo, mettere cioè fine alla luce della comunione di vita, che chiama tutti gli uomini ad unirsi fra di loro nel nome della pace. Siamo allora portatori di unità, operanti felici e gratuiti nell’amore, in una società ridotta a brandelli, per garantire il raggiungimento dell’obiettivo comune: risolvere la crisi!

+ p. GianCarlo M. Bregantini

Vescovo

 
Questa voce è stata pubblicata in Giancarlo Bregantini. Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.