RICORDARE DI ESSERE

Quando ci lasciamo sorreggere e stimolare dagli interrogativi, è come riattivare il movimento stesso della vita. Mi piace questo atteggiamento dinamico nei confronti della nostra storia. E ancor di più mi allieta scoprire questa storia costantemente titillata, non lasciata ristagnare nell’inoperosità, nella routine, che lascia spazio invece a tutte le differenze, ai cambiamenti e agli imprevisti, per capirne il senso, per riaccendere i motori ogni volta che l’accettazione delle difficoltà quotidiane li spegne. Quando penso a questo mi viene subito un’immagine dolce in mente per descrivere “la vita e i perché”. Una nonnina, seduta davanti al camino accesso, con lo scialle d lana morbida sulle spalle, con una nipotina sulle sue ginocchia. Un po’ come mia mamma, Albina, negli ultimi tempi, a Denno, con la nipotina Chiara.

La vita che è rappresentata dall’esperienza e dalla saggezza della nonna, mentre la fanciullina simboleggia le domande su tutto quello che riguarda la vita. Giorni fa in un incontro di catechesi nella mia diocesi, a Campobasso, mi è stato chiesto “Qual è oggi la parola che teme di più il mondo”. E’ una domanda sottile che apparentemente sembra contenere una risposta facile, immediata, ma che, se ben riflettuta, al contrario, non pone niente di scontato. Anzi! E’ un interrogativo che smonta tutti i castelli di polvere, le convinzioni, si presenta come l’esigenza di percorre un mondo conosciuto, ma forse non fin troppo capito. Più temuto che ascoltato. Ma una domanda è sempre un invito che dà sollievo perché l’altro se te la pone è perché si fida di te, di quello che gli hai trasmesso. Non è provocatoria, ma è piuttosto una domanda nata da un’inquietudine non confessata, lasciata muta nel petto, appesa alle notti insonni.

Ho aspettato qualche minuto prima di rispondere, prima di lasciar parlare il cuore. Ho come trattenuto un impeto, un affanno pronto all’assalto, al giudizio. Non vi dico che elenco di cose volevo dire, ma la risposta è solo una.

Quante parole percorrevano in quel momento le rotte del mio pensiero e del mio sentire, nel tentativo di ritornare in patria, cioè ad una risposta esaustiva, determinante, piena. Eppure, pian piano le risposte più rumorose lasciavano spazio a quella più silenziosa. Quelle equivoche si ponevano come ai bordi della strada, lasciando libero l’accesso alla risposta risolutiva, a quella certa come una forma di rispetto verso la sua insita sacralità.

Per me, la parola che oggi teme di più il mondo è “fedeltà”. Essa è più di stabilità, è più di vincolo.

Fedeltà è la chiamata a non infrangere un’alleanza, a non tradire, ad entrare in contatto con tutto ciò che è perenne, definitivo. Oggi la nostra società soffre di mancanza di “fedeltà” al bene dell’uomo, al bene comune, alla vita, alla pace, alla verità, ai principi cristiani, a quelli morali, a quelli costituzionali, nondimeno a quelli di correttezza, rettitudine, legalità, per non parlare delle promesse matrimoniali. Forse la causa di questo è perché si pensa spesso alla “fedeltà” come ad una gabbia. Ma non è così. La fedeltà, quando la spiego, uso come esempio la figura di un’ancella, che si scopre destinataria dell’opera dell’amore di Dio, della sua Gratuità, e tende le mani davanti a sé, esprimendo così un duplice significato: di accoglienza e di restituzione. Essere fedeli non significa sentirsi soffocati dal peso di un impegno, ma rigenerarsi ogni volta nel dono ricevuto nella forma del “ripetere” la grandezza del gesto, permettendo cioè ad altri di provare la stessa gioia. La fedeltà è il sollievo delle relazioni, è ciò che le rende vere. E per far capire il motivo di questa mia risposta ho preso in esame la mancanza di fedeltà al riposo domenicale. Se osserviamo bene, infatti, i giorni festivi e quelli feriali si vivono nella stessa maniera, con le medesime frenesie. La domenica non è più il giorno del Signore, quindi della famiglia, della preghiera, della festa, bensì dello shopping, del consumismo. La domenica è stata legittimata ad essere un giorno vuoto, superficiale, di dispersione di risorse spirituali ma anche materiali. È doveroso legare “fede e vita”, rispettare la domenica per favorire e garantire l’unità delle famiglie, l’incontro coi giovani, lo spazio per il volontariato o le attività culturali.

Chi custodisce la sacralità della domenica, in verità ricorda di essere.

La cultura dilagante che sta spogliando del suo valore la domenica va combattuta perché si oppone al diritto dell’uomo di viversi nella libertà un giorno a settimana, senza dover lavorare o condizionato a fare acquisti, sotto la pressione del profitto. Occorre difendere il significato non solo religioso, ma anche antropologico, culturale e sociale della domenica. Giovanni Paolo II diceva infatti che “la domenica cristiana è un autentico far festa, un giorno da Dio donato all’uomo per la sua piena crescita umana e spirituale”. La Fedeltà, che convoca a vivere nella partecipazione a questa festa, è il “si”, vale a dire l’eterna parola di verità che può essere pronunciata dal cuore dell’uomo, con fiduciosa speranza e coraggiosa perseveranza ai progetti di Dio.

+ p. GianCarlo M. Bregantini

Vescovo

 
Questa voce è stata pubblicata in Giancarlo Bregantini. Contrassegna il permalink.

I commenti sono chiusi.